Demolita la villa liberty, così l’Italia spreca tesori. Di Vittorio Sgarbi
Demolita la villa liberty, così l’Italia spreca tesori. Di Vittorio Sgarbi
1 novembre 2009
Inviato da
comitatospontaneomorazzone@yahoo.it
http://www.cieliparalleli.com/documenti015/Villa_Bianchi_Morazzone.html
Morazzone (VA) - 27 settembre 2009. Particolare su quel che rimane
di Villa Bianchi e del suo giardino botanico a Morazzone (VA). Foto archivio
di cieliparalleli.com.
http://www.laprovinciadivarese.it/varese/
Vittorio Sgarbi 28 settembre 2009, nei pressi di Villa Bianchi a Morazzone
(VA), soccorrendo in sostanza e spiritualmente, cittadini ugualmente
indignati per lo
scempio perpetrato.
Domenica 01 novembre 2009, 10:38
Demolita la villa liberty, così l’Italia spreca tesori
Fonte
http://www.ilgiornale.it/01-11-2009/
Molta rabbia e molto sconforto. E anche una crisi di identità. Ma
non sull’orientamento sessuale; bensì
sull’utilità ed efficacia di scrivere, denunciare, indignarsi.
Grandi dibattiti sul nulla, dichiarazioni d’intenti, retorica sulla
tutela e sulla valorizzazione del patrimonio artistico. Parole, parole di
uomini ridicoli che non sanno di cosa parlano. Così, sotto i loro
occhi, l’Italia svanisce mentre ipocritamente si dice di difenderla e
si immaginano improbabili comitati e associazioni. Ciò che sconforta
è la disattenzione, l’inutilità delle denunce,
l’indifferenza con cui vengono accolte. La cupidigia non si ferma
dinanzi a niente. Eppure questo giornale ha preso posizione, il suo
direttore ha voluto documentare lo scempio che stava avvenendo a Morazzone,
che sembrava essere stato scongiurato: l’abbattimento di una integra
e perfetta villa Liberty dotata di vetri, ferri battuti, decorazioni,
affreschi che in questi giorni sono stati spazzati via dalla furia di
uomini selvaggi, veri barbari, inconsapevoli e ignoranti. Abbiamo tentato
di fermarli, abbiamo scritto, ma l’amministrazione di Morazzone si
è dimostrata complice dei vandali. Se questo è il nuovo volto
della Lega, non ci siamo. Distruggere un edificio che ha quasi
cent’anni è come bruciare un manoscritto di Pascoli o di
d’Annunzio e a cancellare testimonianza e memoria,
nell’indifferenza delle autorità, peraltro chiamate alle loro
responsabilità. Oggi Villa Bianchi a Morazzone non c’è
più. E il sindaco non capisce il delitto che ha consentito. Ma a
cosa serve esaltare il patrimonio artistico architettonico italiano se poi
è impossibile frenare la furia che lo distrugge? I giornali locali
titolano, stolidamente: «Villa Bianchi, sgarbo a Sgarbi. Demolito
l’edificio Liberty difeso dal guru dell’arte». Sembra un
fatto personale, una questione che riguarda me, e non il terribile
documento di indifferenza e inciviltà. Eppure abbiamo scritto, e
questo giornale è letto dal ministro per i Beni culturali che vi
collabora. Ma forse è tutto inutile. Non c’è coscienza,
non c’è sensibilità, non c’è attenzione.
Dov’era Bondi mentre Villa Bianchi veniva demolita? In che modo
riteneva di dover manifestare la sua responsabilità? Forse il
Giornale è poco importante? E le mie denunce, diversamente da quelle
di Salvatore Settis non meritano attenzione e risposta? Bondi ritiene
giusto che l’architettura più bella sopravvissuta a Morazzone
venga demolita per costruire un orrido condominio in cemento armato?
È così che si tutelano i beni culturali? Ma qualcuno
potrà dire: il ministro ha tante cose importanti da fare;
perché dovrebbe leggere un articolo di Sgarbi, che lo ha preceduto
al ministero dei Beni culturali e che, notoriamente, è persona che
non merita di essere ascoltata? Infatti Bondi ha i suoi, tutti
competentissimi e preparatissimi ed espertissimi, pieni di passione e di
fuoco per l’arte. E proprio perché Sgarbi sa quanto il
ministro sia circondato di meravigliosi consiglieri per perdere tempo a
leggere e ad ascoltare lui, ha chiamato il sovrintendente ai Beni
architettonici della Lombardia, Alberto Artioli, che tanto gli era vicino
quando era sottosegretario e assessore, e ha chiamato il direttore
regionale Mario Turetta, segnalando loro la minaccia di speculatori e di
barbari, nella speranza che un barlume di sensibilità li inducesse a
intervenire. Niente: da noi si parla di beni culturali, in dibattiti e
convegni, e poi si consente che vengano distrutti, senza pietà,
senza rispetto. Artioli si preoccupa degli abusi nei sottotetti della
Galleria, ma che venga distrutto un edificio Liberty gli pare irrilevante,
non crede necessario procedere a un vincolo, perché tanto la
Lombardia è piena di ville Liberty. E perché non buttarne
giù una integra, perfetta in tutti i suoi apparati decorativi, e
anche di significativo impianto monumentale? Turetta non dà segnali
di vita. Bondi non legge il giornale su cui scrive. Artioli sembra non
distinguere fra un’elegante architettura degli inizi del secolo
scorso e un orrido condominio in cemento armato. Il sindaco che ha lo
stesso cognome degli antichi proprietari della villa, non appare in grado
distinguere ciò che ha valore da ciò che è
mercificazione e mortificazione della città che amministra. Anzi,
indifferente e cieco come l’assessore mafioso di Baarìa,
promette d’intervenire dopo le proteste, e intanto incassa gli oneri
di urbanizzazione, autorizzando la distruzione dell’edificio. Questa
è l’Italia di speculatori, barbari, distruttori, che non hanno
ritegno e si comportano nel civile Nord peggio che in Sicilia o in
Campania. Com’era accaduto qualche tempo fa a Fidenza, anche la
distruzione della palazzina Liberty di Morazzone indica un degrado delle
istituzioni intollerabile, e la vanità del grido di chi protesta
manifestando con coerenza di aderire agli stessi principi che ministri,
sovrintendenti e sindaci dichiarano solennemente di riconoscere e di far
rispettare. Menzogne. In ogni parte d’Italia cittadini consapevoli
assistono impotenti a vandalismi inammissibili e inauditi: non riuscimmo a
salvare ad Acqui Terme il Politeama Garibaldi, orgogliosamente eretto alla
fine dell’Ottocento (ora c’è un garage). Abbiamo visto
abbattere senza pietà la bellissima Cavallerizza ottocentesca ad
Alba. Ministri, sovrintendenti, sindaci indifferenti e complici. Non
c’è più speranza. Ma abbiano la mia maledizione.
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